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Siamo alle pezze e puntiamo al baratto

Baratto.jpgChe soldi in giro ce ne stanno sempre di meno è una realtà vissuta da gran parte degli italiani. La crisi, il carovita, una disoccupazione - mai così alta - non hanno potuto che condurre a conseguenze negative, tant’è vero che tutto ciò ha coinvolto e a volte stravolto vari settori della nostra economia. Tuttavia i geni della sopravvivenza in Italia non sono mai mancati; gli italiani da sempre amano sorprendere e sorprenderci, sicché non potremmo considerare tanto strampalata la notizia che ultimamente è tornata alla ribalta l’utilizzo del “Baratto”. Di che si tratta? Ecco spiegato subito: non ho soldi, ma posseggo un bene di cui posso disfarmi, pertanto entro in contatto con chi ha bisogno di quel bene e magari è disposto a cedermene uno suo, di eguale valore, di cui io ho bisogno. Il principio del baratto è antico e allo stesso tempo semplice e in qualche modo ha regolamentato i rapporti (economici) fra gli essere umani, almeno fino a quando qualcuno ha inventato il danaro. Ma se io di danaro non ne ho, che faccio? Se devo vivere, o sopravvivere, non ho altra scelta, mi rifugio nel baratto! Non c’è nulla di male, anzi a ben vedere offre un sacco di vantaggi. Mi disfo delle cose che non mi occorrono, non vengo adocchiato dal fisco che punta a monitorare le transazioni economiche di importi superiori a tot euro. Così scopro che non sono poi tanto messo male e, andando a scavare nei miei ripostigli, posso trovare un sacco di opportunità. Specie se il baratto si evolve e da antico diventa moderno sfruttando le potenzialità che vengono garantite da internet, dove esistono dei circuiti ad hoc, come ad esempio iBarter, il primo circuito italiano per lo scambio multilaterale online. Quello che stupisce, ma fino a un certo punto, è che oggi nel baratto sono coinvolti anche gli operatori della ristorazione. Ad esempio lo chef stellato Nicola Batavia de “Il Birichin” di Torino ha aderito alla prima rete italiana per lo scambio multilaterale online. “Sono un innovatore e un pioniere che ama le sfide” dice. Batavia ha quindi di fatto aperto le porte del suo ristorante allo scambio aderendo al circuito iBarter. Così al Birichin è possibile pagare una cena semplicemente con un prodotto della propria azienda o una consulenza professionale. Da quanto leggiamo il circuito sta crescendo e pertanto sarà possibile magari anche andarsi a mangiare delle buone pizze semplicemente ottenendo crediti per aver piazzato nel sistema i mutandoni della nonna buonanima.
«Di fatto, non abbiamo inventato nulla, abbiamo solamente reinterpretato la formula del baratto in chiave moderna», precisa Marco Gschwentner responsabile strategie di sviluppo iBarter e tra i fondatori del circuito. E precisa che rimane fermo il principio per cui non sono effettuate transazioni in denaro, il rapporto di scambio non è né bilaterale né contemporaneo, ma intervengono più soggetti e in tempi differenti. «I vantaggi comportano un abbattimento dei costi e l’allargamento del network aziendale», aggiunge Gschwentner. Per regolamentare gli scambi, iBarter ha introdotto una moneta complementare: l’iBcredit il cui valore per comodità d’uso è stato equiparato all’euro. Bello, vero? Bello fino a un certo punto, però! Sotto sotto forse c’è solo aria fritta o al massimo una trovata pubblicitaria. Conoscendo il settore della ristorazione dubitiamo fortemente sull’utilità pratica del baratto. Anzi siamo certi che i ristoranti e le pizzerie italiane con il sistema del baratto non potrebbero che andarsene al fallimento completo.

illustrazione-Pizzaiolo-con-pezze.jpgIn altre parole: “Alle Pezze”
Vorremmo proprio vedere infatti come i ristoratori possano pagare i sempre più esosi fitti dei propri locali. Forse cercando di piazzare il comò di casa? E i dipendenti come li paghiamo? È possibile proporre uno scambio del tipo: mi lavori tot ore e in cambio ti do una ventina di pizze? Cotte, però! Del resto nell’antico Egitto, se non ricordiamo male, i fornai venivano pagati con delle schiacciate di pane che ha detta di molti hanno rappresentato “le antenate della pizza”. Quindi se lo facevano i Faraoni, perché non farlo anche noi? C’è solo un piccolo problema. Ma piccolo. Sono passati circa 3000 anni e nel frattempo qualcosa è cambiato. Ma giusto qualcosa.
E poi per pagare tasse e balzelli vari allo Stato onnivoro e gli Enti comunali parassiti, cosa dovremmo mettere nel circuito? Un rene?
Forse è opportuno sapere che gli oneri di gestione per un locale della ristorazione incidono in maniera preponderante sul conto economico, e sono i costi più complessi che bisogna tenere sotto stretto controllo e pagare puntualmente, altrimenti si entra in un circuito mortale di cui il carnefice si chiama Equitalia.
Altro che baratto, il mercato italiano della ristorazione avrebbe bisogno di un rilancio (vero e serio), oltre che di un sostegno da parte delle Istituzioni. Stiamo, infatti, parlando di un settore che è uno dei pilastri dell’economia italiana (ogni anno in Italia nei 300mila locali vengono consumati cibi e bevande per più di 70 miliardi di euro). Un settore che è anche una delle eccellenze del made in Italy dove sapienza e cultura gastronomica sono le stelle più brillanti.
E allora il baratto lasciamolo solo per i mutandoni della nonna buonanima. Sempre che la nonna sia d’accordo, però!


05/08/2015

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