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Non mi fido degli americani, specie quando si parla di pizza

La notizia ha già fatto il giro del mondo e ha pure raccolto un sacco di applausi.
Di certo non quelli nostri.
Stiamo parlando del MoPI il museo della Pizza in via di allestimento a Brooklyn – New York che si prevede venga aperto ad ottobre.
Questa storia non ci piace, no! Va beh, d’accordo, questi americani vogliono prendersi sempre tutto, ma questa volta stanno un tantino esagerando, un museo sulla pizza, quando magari non sanno neanche cos’è una vera pizza artigianale, visto che i loro famelici consumi di pizza sono nelle mani di multinazionali che il prodotto lo fanno con lo stampino, roba industriale che non ha lontanamente il gusto e soprattutto l’anima di quelle pizze che  nascono dalle mani e dalla maestria dei veri pizzaioli.
Eppure il museo lo fanno loro, appropriandosi di una storia e di una tradizione che non gli appartiene.

 

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Fosse un italiano ad organizzare tutti questo? No, l’iniziativa è di tale Kareem Rahma, titolare della Nameless Network, una società di Brooklyn.
Si è vero gli americani sono i più grandi mangiatori di pizza al mondo, parliamo di tonnellate al giorno, generando un fatturato complessivo di 30 miliardi di dollari all’anno. Pensate divorano quantità sempre maggiori: 350 fette al secondo a livello nazionale, 12 chili pro-capite all’anno. Per loro quindi è un cibo cult. Ma la pizza che mangiano è per usare un eufemismo, “improbabile”. Anche  per questo quando qualcuno dei nostri apre una pizzeria negli States, gli yankee vanno in visibilio. Vedi ad esempio il successo che ha avuto il nostro Gino Sorbillo nella cui pizzeria, aperta recentemente a Mahhatan si fa vedere, e sovente persino, il sindaco della Grande Mela, Bill De Blasio. Ma questo non basta per appropriarsi di una cultura e di una storia, una tradizione tutta italiana, e scavando ancora, napoletana. Il Museo permetterà ai visitatori di “conoscere la storia della pizza”, spiega il fondatore, ma il dubbio che la storia sia raccontata in maniera poco corretta è molto forte. Per dare riscontro a queste perplessità vi riportiamo un aneddoto molto significativo.
Circa vent’anni fa, una delegazione di pizzaioli italiani fu invitata a un convegno a Las Vegas in occasione della manifestazione mopi-3.jpgche ogni anno si tiene da quelle parti. Durante un convegno “belle e buon” (come dicono a Napoli), mentre parlava uno dei nostri, un giornalista americano alzò la manina e chiese la parola. La domanda che gli uscì dalla sua bocca ebbe il potere di gelare il sangue nelle vene agli italiani presenti. La mitica domanda fu questa: “Ma voi, in Italia, come la chiamate la pizza?” Silenzio e sconcerto in sala, molti misero la testa sotto il tavolo, i pizzaioli italiani si guardarono in faccia sgomenti e senza dire una parola pensarono: ma noi qui, che ci stiamo a fare? In quella domanda improvvida ci sta tutta l’ignoranza americana per il piatto tricolore, ecco perché un museo della pizza negli States, ci fa venire il mal di pancia forte, come se avessimo mangiato tre o quattro pizze di quelle che da quelle parti fanno con gli stampini, tutte uguali e con una sapore che di mediterraneo ha solo un vago ricordo. Ma non è tutto, i dubbi aumentano quando apprendiamo che alla fine questo museo di cultura non ha nulla, ma sarà solo un “bisinissi”.
Infatti l’iniziativa nasce pop-up, cioè a tempo, salvo poi verificare se riuscirà a generare abbastanza utili per rimanere aperta. Il biglietto di ingresso a questo museo costerà caro, 35 dollari, ma offrirà la possibilità di ricevere una fetta di pizza gratis. Avete letto bene, una fetta, neanche una intera pizza. Forse perché farebbe male allo stomaco?
Ma dai, ragazzi, venite in Italia, con 35 dollari, vi diamo un paio di pizze fatte come Dio Comanda, birra, dessert, caffè e ammazzacaffè. E che volete di più? Alimortè.


03/08/2018

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