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Ales: le birre di sua maestà

È curioso come la parola “Beer”, in lingua inglese, non voglia dire birra... inglese!
Il motivo è semplice perché la birra in Inghilterra si dice Ale! Non che “beer” non significhi birra, ma di certo a ordinarne una al pub ti arriverà una pinta di lager quasi sicuramente prodotta al di fuori del Regno Unito. 
news-3.jpgAle è molto di più di una birra, qui stiamo parlando di “liquid bread” (pane liquido) perché la birra non è solo una bevanda, ma un vero e proprio alimento.
La prova è proprio nel suo nome che deriva dal latino “alimentum”: alimento, cibo, nutrimento. Del resto, i cereali di cui è fatta anche la birra, hanno rappresentato fin dall’antichità un‘importante fonte di sostentamento per i popoli e tutt’oggi sono alla base della nostra alimentazione. 
Ale è la birra inglese e le Ales sono le tipologie di birra che la definiscono, tutte diverse ma uguali in un unica caratteristica, quella di essere tutte birre di alta fermentazione. 
Ale infatti è nella birra la definizione di alta fermentazione, così come lo sono “Lager” per la bassa e “Lambic” per la fermentazione spontanea.
Sia chiaro, in Inghilterra esistono anche le Lager ovviamente, ma le Ales, sono per antonomasia le birre inglesi e rappresentano oltretutto il consumo più alto a differenza di qualsiasi altro Paese al mondo.

Nomen omen
Come in questa locuzione latina, il nome è un presagio e le Ales hanno qui le proprie, differenti caratteristiche. Forza, colore, gusto, destinazione, sono chiare nel nome dall aggettivo che le definisce. 

Bitter Ale 
Sono le birre Inglesi per eccellenza tanto da esserne la bevanda alcolica nazionale. Il colore è perlopiù ambrato con sfumature che vanno dal dorato carico al rame. Sono state il primo esempio di “session beers”, birre da pub, da chiacchiere da bancone con davanti la propria pinta e un occhio alla Premier League. Si distinguono in tre categorie in seguito alla propria gradazione alcolica: Ordinary Bitter, Best Bitter ed Extra Strong Bitter.

news-2.jpgPale Ale 
Una certa confusione cromatica è data dal suo nome Pale che, letteralmente “pallida”, farebbe presumere ad una birra chiara invece che ambrata come effettivamente è. Pallida sì, ma in confronto alle birre a cui si sarebbe sostituita sul mercato, le meno (per l’epoca) eleganti Porter, scure per portuali e facchini.
L’aspetto più accattivante di questa birra ne fece la sua fortuna e divenne in breve la bevanda preferita da una nuova classe sociale che andava formandosi, grazie alle migliori condizioni lavorative e quindi di vita indotte dalla Rivoluzione Industriale. 
Fu peraltro la fortuna anche di un’altra tipologia di birra poiché le scure Porter, snobbate in Inghilterra, trovarono un nuovo mercato nella vicina Irlanda dove un birraio di nome Arthur Guinness decise di produrne la sua versione chiamata Extra Stout Porter.

Brown Ale
Poiché col tempo si è quasi persa la sua definizione completa è necessario precisare che questa birra si chiama a tutto diritto “Nut Brown Ale”. Anche se questa dicitura si trova solo sulle etichette del birrificio Samuel Smith, rappresenta in pieno le caratteristiche di questa tipologia di Ales. La birra ha un colore che assomiglia a quello di una noce o più in generale alla frutta a guscio ed il suo gusto ha un profilo aromatico complesso con sentori di malto tostato, caramello ed appunto, frutta secca.
Per gli appassionati di calcio inglese non possiamo non citare le “gazze” del Newcastle United che hanno avuto per anni come sponsor la più famosa brown ale prodotta nel nord-est dell’Inghilterra, la Newcastle Brown Ale.

news.jpgMild Ale
Il Galles è sempre stato ricco di giacimenti di carbone e dal XVI secolo il boom dell’industria mineraria ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo della regione portando nelle aree più a sud una crescita significativa della popolazione legata all’estrazione del minerale. 
Era chiaro però che le condizioni lavorative ed in generale di vita dei minatori non fossero così semplici e a metterci una pezza era sempre la birra. Le Mild Ale erano infatti chiamate “Miner’s Ale” e venivano vendute da qualche avveduto ambulante che fuori dalle miniere accrocchiava il sistema per servire la birra ai suoi numerosi avventori. Per potersi permettere un prezzo popolare, la birra veniva prodotta con gli ingredienti indispensabili. Il luppolo, che aveva un costo maggiore, veniva usato in minima quantità e la birra risultando più morbida veniva chiamata “Mild”.

India Ale 
Da quando la Gran Bretagna cominciò a occupare l’India all’inizio dell’Ottocento la birra prodotta in Inghilterra veniva esportata, ma soffrendo del lungo viaggio in nave e del clima tropicale, deperiva facilmente. Lascio solo immaginare le reazioni dei coloni inglesi davanti a quelle pinte che sembravano le acque reflue gettate nel Tamigi. 
Già da qualche tempo i birrai britannici erano consapevoli che, per una migliore durata e stabilità della birra, ci voleva una quantità maggiore di luppolo. 
Per intuito o fortuna il primo a sfruttare queste conoscenze fu George Hodgson della Bow Brewery, che produsse per primo quella che più avanti fu ribattezzata India Ale, una versione più luppolata e più alcolica della più tradizionale Pale Ale Britannica

Scotch Ale 
La Scozia è la nazione più a Nord della Gran Bretagna, una terra selvaggia sospesa tra cielo e mare. Qui, chi ha sempre abitato un ambiente meraviglioso ma inospitale, ha trovato il modo di rendere più piacevole la vita con quello che il malto può dare nelle sue forme più nobili. 
Qui le birre scozzesi, le “Scottish Ales”, sono diverse per caratteristiche e grado alcolico, distinte ancora oggi con il sistema relativo al prezzo del barile di  birra.
60 scellini (60/) per la “light” birra più leggera, 70 scellini (70/) per la più pesante “heavy” e 80 scellini (80/) per la più forte “strong” o anche “export”. La 90 scellini (90/) o “wee heavy” è la birra che incarna più di tutte la forza e la dolcezza della Scozia. Scura, densa e liquorosa guadagna di diritto il titolo di rappresentante della nazione con il nome di Scotch Ale.

 

Stefano Baladda | UNIBIRRA Varese

 

Articolo tratto da Pizza&core Collection N 124
clicca qui per sfogliare la rivista

 

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08/09/2025

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